IN PATAGONIA …..SULLE ORME DI JOE BROOKS

di Costantino Cibrario, con la partecipazione straordinaria di Roberto Bertalero.

Secondo un aneddoto, il nome Patagonia sarebbe stato dato da Ferdinando Magellano alla zona intorno a San Julian, dove, nel 1520, il suo equipaggio trovò delle impronte di patagones (grossi piedi). Di lì il nome sarebbe passato ad indicare l’estesa regione, tra Argentina e Chile, caratterizzata da contrasti estremi e che mostra molte facce: deserti, steppe, lussureggianti terre umide, foreste, coste, montagne, ghiacciai, laghi e fiumi.

 

                    

La situazione geologica attuale è l’effetto di tre diverse cause. Lo scontro tra la Placca del Sud America e la Placca Nazca che, provocando la frattura della crosta terrestre, con la fuoriuscita e la deposizione di grandi quantità di magma, e la compressione con il conseguente innalzamento di basamenti rocciosi, ha portato alla formazione della catena delle Ande. La diffusa attività vulcanica che ha determinato la deposizione di enormi quantità di cenere che ricoprono buona parte del Sud America. L’alternanza delle glaciazioni che hanno modellato le Ande, formando i grandi bacini lacustri che danno origine alla maggior parte dei fiumi patagonici.

 

Sebbene siano ben 412 le specie di pesci d’acqua dolce dell’Argentina, solo una piccola parte (circa il 4%) si trova nelle acque della Patagonia. La maggior parte sono autoctone, mentre alcune sono stati introdotte. Tra le specie autoctone hanno valore sportivo il Pejerrey patagónico (Odontesthes microlepidotus), che può superare il kilogrammo, …

   

…. e le due specie di perche che possono raggiungere i 3 kg: la perca dalla bocca grande o Perca bocona (Percichthys colhuapiensis), e quella dalla bocca piccola o Perca de boca chica  (Percichthys trucha).

 

I primi tentativi di introduzione di specie alloctone risalgono alla fine dell’ottocento e furono fatti dalla comunità inglese di un sobborgo di Buenos Aires. Come tutti gli emigrati, cercavano di conservare le proprie abitudini e passioni che, oltre al tè, al cricket e al polo, comprendevano la pesca alla trota. La prima immissione, che fu di trote iridee,  non ebbe successo per  le alte temperature raggiunte dalle acque nel periodo estivo, ma dimostrò che la cosa era possibile.

                                     

Nel frattempo, il perito Francisco Pascacio Moreno, il famoso esploratore da cui il ghiacciaio prende il nome, resosi conto dell’enorme potenziale dei fiumi e dei laghi patagonici, suggeriva al governo argentino l’introduzione di nuove specie di pesci a scopo alimentare, commerciale e sportivo. Il governo chiamò John W. Titcomb, il più noto idrobiologo americano che, tra il 1903 e il 1904, effettuò analisi e misurazioni, giungendo alla conclusione che le condizioni erano ideali per l’introduzione di diverse specie di pesci ed individuando nel bacino del Rio Limay la zona ideale.

    

Iniziò così l’importazione di uova fecondate dal Nord America. Le difficoltà da superare erano però molte. Solo le navi inglesi, progettate per trasportare la carne argentina, avevano compartimenti refrigerati abbastanza grandi per gli imballaggi delle uova fecondate, per cui questi venivano prima imbarcati per l’Inghilterra e poi spediti a Buenos Aires; da qui proseguivano in treno per Neuquen, dove venivano caricati su carri trainati da buoi su strade molto sconnesse. Per facilitare il processo di diffusione nel territorio, furono costruiti anche diverse allevamenti.

Per l’epoca e le condizioni, si è trattato di uno sforzo enorme, da parte del governo argentino e delle popolazioni patagoniche, che ha conosciuto successi con l’introduzione di diverse specie di salmonidi (iridee, salmerini, landlocked salmon, le fario in un secondo tempo dal Chile) che hanno trovato condizioni favorevoli al loro potenziale biologico con pochi predatori e con una pressione di pesca che solo recentemente è divenuta pesante in alcune zone. I posti più pescati sono quelli vicino agli accessi pubblici facilmente individuabili. All’aumento della pressione si è risposto con una regolamentazione della pesca restrittiva.

Ci sono state anche immissioni che si sono rivelate insuccessi come la scomparsa dei coregoni, del merluzzo d’acqua dolce e di tre specie di salmoni del pacifico.

Incerta è l’origine delle trote anadrome dei fiumi della Patagonia del sud. Secondo alcuni, si tratterebbe di trote che, non trovando abbastanza cibo nei fiumi della Terra del Fuoco, sono scese al mare diventando anadrome. Secondo altri invece si tratterebbe di una varietà di trote fario provenienti dal Nord Europa. A questo proposito, Ernest Schwiebert dice che: “le trote di mare furono introdotte a queste latitudini da estancieros scozzesi che soffrivano di nostalgia di casa dopo la Prima Guerra Mondiale, e i pesci si distribuirono rapidamente nei fiumi della costa del sud dell’Argentina e del Chile.”

Per le bellezze naturali, la qualità della pesca, gli spazi e le solitudini, la Patagonia è una di quelle mete dove, come un musulmano alla Mecca, un pescatore a mosca  deve andare almeno una volta nella vita. Affrontare un simile viaggio solo per pescare trote marron (fario) e arco iris (iridee) era però meno invitante di altre mete con pesci più esotici, per cui lo si era sempre rimandato, fino a quando un conoscente mi ha detto che, per ragioni familiari e di lavoro, ogni anno si recava in America Latina e che era sua abitudine trascorrere un periodo di vacanza a pesca in Patagonia. Abbiamo così deciso di incontrarci a Bariloche. Avevamo prenotato i voli per raggiungerlo e stavamo, con l’ausilio del libro di William C. Leitch Argentine trout fishimg – A fly fisherman’s guide to Patagonia, completando i dettagli del viaggio, quando la sua improvvisa defezione ci ha spiazzato e costretto a rivedere i piani.

 

Senza una guida che conosce il territorio, i fiumi, le strade per raggiungerli tutto diventa più difficile perché in un regione che, per la maggior parte, è transennata da recinti per il bestiame è fondamentale conoscere gli accessi pubblici alle acque; non è che la guida sia indispensabile, ma si risparmia un mucchio di tempo, riuscendo così a dedicarsi maggiormente alla pesca.  

Roberto, al quale compete la parte logistica dei viaggi, mentre io mi occupo di quella tecnica, però è sempre fortunato. Parlando per caso con un amico pescatore che era stato con noi in Alaska, ha avuto l’indirizzo di un italiano che faceva la guida di pesca proprio nella zona di Bariloche. Presi i necessari contatti e accordi, il gioco era fatto. Volo Milano Malpensa Buenos Aires, via Madrid. Trasferimento in taxi all’aeroporto dei voli nazionali ed atterraggio a Bariloche intorno alle 19, dove ci attende Davide Gonella ….

…. che si è rivelato un tipo speciale: dopo aver conseguita la laurea in giurisprudenza, ha fatto la giuda turistica in giro per il mondo, imparando diverse lingue. Davide non è fatto per sedere dietro una scrivania, ma per la vita all’aria aperta, che divide tra le sue passioni: la montagna e la pesca a  mosca. Perciò, durante l’estate gestisce i rifugi alpini Gonella e Dalmazzi, mentre d’inverno si trasferisce nel nord dell’Argentina, dove con la moglie conduce un piccolo Tour Operator (Awayo Tour) che organizza escursioni sulle Ande o viaggi di pesca al dorado nel nord del paese o alla trota in Patagonia, nei quali accompagna sempre personalmente i clienti.

Ci trasferiamo in auto a San Junin de los Andes dove si respira un’atmosfera a metà strada tra la città di frontiera e il piccolo centro turistico montano. La posizione del paese è strategica perché da esso si possono raggiungere in tempi relativamente brevi numerosi fiumi famosi in tutto il mondo per la pesca delle trote.

L’importanza della pesca per l’economia locale è evidente da certi particolari ……

Prendiamo alloggio all’ Hosteria Chimeuin, proprio la mitica osteria che 50 anni prima aveva ospitato Joe Brooks e che così tanto ha significato per la pesca a mosca in Patagonia.

(Vedi appendice)

Così la descrive Joe Brooks:

“Un paio di notti ci accampammo, mentre pescavamo le acque più lontane, ma altrimenti alloggiammo all’Hosteria Chimehuin, il nostro quartier generale. L’osteria è un sogno Waltoniano di paradiso sulla terra. Ogni cosa è adattata alla vita del pescatore. La prima cosa che si sente la mattina è il passo pesante degli waders di qualche pescatore mattutino che all’alba si precipita nel vicino fiume. Durante le ore della siesta pomeridiana quando i pesci non abboccano, gli ampi prati sono cosparsi da calze stese ad asciugare e code di topo avvolte disordinatamente sull’erba o stese tra gli alberi, a condividere il sole con filze di filetti di trota della pesca mattutina.

Oggi non ci sono più i filetti di pesci a seccare, le calze e le code stese, ma, come al Waldhotel Marienbrücke sulla Traun, appena si entra nell’osteria si capisce immediatamente che qui è stata scritta una importante pagina di storia della pesca a mosca.

Grosse trote imbalsamate sono visibili nella sala da pranzo, alle cui pareti sono appesi tableaux  di mosche artificiali e numerose fotografie di pescatori fieri e felici con trote enormi, tra cui spiccano quelle di Joe Brooks.

                                                                                                                                                               

Il Chimeuin è il fiume più famoso della Patagonia, divenuto una meta classica della pesca a mosca mondiale, fonte di pesci enormi e di avvincenti storie di pesca. Nasce dal lago Huechulafquen e, dopo sessanta chilometri, si butta nel Rio Collón Curá. Il suo nome significa abitazione del chime, che è uno spirito protettore della natura, avente forma di toro che con i suoi muggiti, i tuoni che precedono i temporali, tiene lontano i malintenzionati.

L’orizzonte è dominato dal vulcano Lanin (12390 piedi) che nel dialetto degli indigeni Mapuche (gli uomini della terra) significa affondante, probabilmente per il fatto che si affonda nella neve o nella cenere che ricoprono le sue pendici. La sua sommità è quasi sempre avvolta nelle nuvole. Questo è di buon auspicio per la pesca perché dicono che: “Cuando il Lanin no tiene copete, no hay pesca.” Quando il Lanin non tiene il cappello (di nuvole), la pesca non è buona.

Il Chimeuin è un fiume come solo può esistere qua, o nelle fantasie di un pescatore. Grande, potente, con lame lunghissime e profonde, e con rapide da brivido di un azzurro intenso. Alvaro Masseini (Della Patagonia e altri sogni)

Quando arriviamo alla boca, ossia all’inizio dell’emissario, dove i pesci migrano dal lago sovrastante, c’è un impressionante volo di tricotteri, ma non si vede alcun segno di attività delle trote.

 

Decidiamo di pescare nel lago, appena sopra l’emissario.

Catturiamo qualche trota discreta. Roberto prende anche una perca con la secca, cosa che, a detta di Davide, è insolita.

Al pomeriggio ci trasferiamo più a valle. I livelli del fiume sono molto alti ed è praticamente impossibile entrare in acqua. Si pesca da riva, facendo derivare una ninfa o recuperando uno streamer sotto le sponde infrascate. E’ una pesca difficile. Sarebbero necessari più giorni per entrare in sintonia con il fiume e cercare di scoprirne i segreti, ma non si può perdere troppo tempo, c’è una tabella di marcia da rispettare, altrimenti non si riesce a completare il programma di viaggio. Perciò, il pomeriggio stesso ci spostiamo sul rio Malleo.

Malleo significa terra bianca per i depositi di ceneri (simili alla creta) che ricoprono la parte superiore della valle. Il fiume scorre per circa sessanta chilometri dal lago Tromen al rio Alluminé ed è ritenuto da molti il migliore fiume al mondo per la mosca secca. In effetti è perfetto per tale tecnica di pesca, anche se la taglia media dei pesci non è molto grande.

Il giorno successivo il programma prevede di spostarci a nord sul Rio Quillen, il fiume più a nord del nostro viaggio, ma il ponte sul Malleo è interrotto per lavori.

 

L’attesa, dicono, sarà di un’ora, ma probabilmente molto di più. Non perdiamo tempo. Ci infiliamo gli stivali, montiamo le canne e ci precipitiamo a pescare proprio sotto il ponte. Catturiamo molte trote, ma tutte di taglia modesta.

Finalmente riaprono il ponte e possiamo raggiungere il Rio Quillen, che in dialetto Mapuche significa fragole. Il Rio, che dopo il Malleo, è il più amato dagli entusiasti della mosca secca, nasce dall’omonimo lago e scorre lentamente per venticinque chilometri tra paesaggi incantevoli e solitari, per gettarsi nel Rio Aluminé.

Il fiume è popolato prevalentemente da trote iridee, fino a due chilogrammi di peso, che si pescano a ninfa, ma principalmente a secca, in modo continuo per le numerose schiuse che si succedono durante tutto l’arco della giornata. Catturiamo numerose trote, con alcuni esemplari da uno a due chilogrammi.

 

L’indomani dobbiamo affrontare il Rio Limay, uno dei fiumi più grandi della Patagonia, che nasce dal lago Nahuel Huapi, vicino a Bariloche, e si getta dopo cinquanta chilometri nel bacino idroelettrico di Embalse Alicura. Come dice il suo nome, che in dialetto Mapuche significa trasparente, è caratterizzato da acque di eccezionale limpidezza, che non permette di rendersi conto della profondità e della forza delle correnti. E’ popolato prevalentemente da iridee, ma anche da fario e perche. Originariamente era lungo quattrocentocinquanta chilometri, ma quattro dighe lo interrompono e riducono il suo corso naturale a soli cinquanta chilometri.

 

I pescatori a mosca si concentrano particolarmente alla boca perché, a causa delle sue dimensioni, non è un fiume facile da affrontare con la coda di topo. Il modo migliore però è la flotada, ossia la discesa col gommone, soffermandosi o sbarcando nei punti più interessanti. Per noi è un’esperienza nuova e questo ci attrae in modo irresistibile. Perciò, tramite Davide, prendiamo accordi con Mariano, la giuda con la quale discenderemo il fiume per una per una ventina di chilometri.  

 

Ci trasferiamo all’imbarcadero, …

  

….dove ci attende un alloggiamento spartano (Roberto rabbrividisce alla vista del bagno)….

…. e, nel vicino ristorante (che altro non è che la cucina dei proprietari dell’imbarcadero) una cena rustica collettiva, a base di civito (capretto), buono ma talmente magro che praticamente è solo ossa; cosa che ci fa fortemente sospettare che si siano riservati i bocconi migliori, lasciandoci solo le parti meno carnose.

 

Il mattino successivo tutto è pronto per la partenza.

Iniziamo la flotada.

Il fiume alterna tratti lenti e tranquilli …

.

…. ad altri più rapidi e tumultuosi.

ee

A mezzogiorno ci fermiamo per un barbecue.

 

Il sole picchia forte e ognuno cerca di proteggere come può le parti più esposte.

Catturiamo, prevalentemente con gli streamer, ma anche a ninfa e a secca, belle trote ….

….ma anche perche, ….

. dalla barca…..

…. e da riva.

Complessivamente peschiamo 23 trote e diverse perche e questo ci vale i complimenti di Mariano perché costituisce il suo nuovo record per il fiume Limay.

Quando sbarchiamo è ormai praticamente buio.

Per raggiungere l’auto che ci attende, dobbiamo passare in una proprietà privata e per questo, secondo l’uso locale, dobbiamo pagare un pedaggio di una decina di pesos a testa.

Si conclude così una lunga, straordinaria e perfetta giornata di pesca, guastata solo dal pensiero dell’altra notte che ci attende all’imbarcadero.  

Lasciamo la zona di Junin de los Andes per raggiungere il parco nazionale di Los Alerces, creato nel 1937 per proteggere le antiche foreste di Alerces, le sequoie del Sud America che possono superare i sessanta metri di altezza e i tremila anni di età, visibili però solo in remote zone del parco.

Il cambiamento di panorama ci sorprende: la steppa patagonica lascia il posto a foreste lussureggianti, montagne innevate, splendidi laghi e fiumi, che rendono il parco la più bella ed interessante zona di pesca della Patagonia centrale.

Affittiamo una cabana nel Camping Baya Rosales, sulle rive del lago Futalaufquen, e prendiamo accordi con il gestore per il trasporto in barca sul lago Kruger il giorno successivo.

Nel frattempo, per non perdere una giornata di pesca, decidiamo di tentare il coup de soir sul Rio Arrayannes, tra la boca del lago Verde e la confluenza con il Rio Menendez

Il fiume prende il nome dagli alberi odorosi e dal fusto attorcigliato (arrayan) che crescono sulle sue rive.

Il posto è molto bello, ma piuttosto affollato da turisti; inoltre c’è un continuo andirivieni di barche a motore che sollevano grandi onde: situazione non certo favorevole alla pesca. Non resta che attendere il tramonto.

Non succede nulla fino alle dieci e trenta quando, scomparsi i turisti e cessato il traffico fluviale, inizia la schiusa e le bollate che proseguono fino a buio completo: una mezz’ora di fuoco con trote iridee tutte superiori al chilogrammo.

Il mattino successivo ci imbarchiamo per il lago Kruger.

Sulle rive del lago c’è un lodge, ma non è possibile contattarlo per sapere se hanno camere disponibili, per cui, oltre allo stretto necessario e ai belly boat, portiamo con noi anche tutto il necessario per il campeggio. Allo sbarco, Roberto tira un sospirone di sollievo, quando scopre che c’è una camera disponibile e non dovrà dormire in tenda.

Nel lago, a volte, ci sono bollate proprio vicino a riva, per cui si può pescare dalla battigia, ma il modo migliore è avventurarsi con il belly boat verso la zona dei canneti.

           

Catturiamo iridee e qualche salmerino.

La zona più pescosa si è rivelata però il Rio Frey, l’emissario del lago, che prende il nome dal capo della spedizione della commissione confinaria che qui fece naufragio alla fine del XIX secolo.

Per poterlo raggiungere, occorre seguire per una mezz’ora un piccolo sentiero che parte dal lodge e porta ad un posto selvaggio e solitario, dove le trote sembrano non aver mai visto una mosca artificiale, perché si avventano come furie.

 

Il fiume però è molto difficile da percorrere, a causa dell’acqua subito alta e degli ostacoli naturali che sbarrano il passaggio.

Io ci provo, ma finisce così:  

Roberto insiste, ma deve arrendersi di fronte ad un enorme tronco

.

Il giorno successivo, alle tre, siamo all’imbarcadero ad attendere l’imbarcazione che ci deve riportare indietro, ma questa inspiegabilmente tarda. Solo alle 19, quando ormai avevamo perso ogni speranza, arriva il dispiaciuto barcaiolo, attardato dalla rottura del motore. Riusciamo comunque a correre sul Rio Arrayannes per un altro coup de soir.

L’indomani è giorno di trasferimento. Passiamo per Esquel, dove la toponomastica conserva ancora vivo il ricordo del passaggio di Charles Darwin, diretti a sud, verso il paese di Rio Pico, che si trova nella precordigliera e si raggiunge solo attraverso una polverosa strada sterrata.

   

Rio Pico è il classico villaggio di frontiera: poche e malandate case lungo una strada polverosa, ma si trova al centro della migliore zona di pesca della regione del Chubut e dal paese si possono raggiungere facilmente cinque laghi (contraddistinti solo da numeri) e tre fiumi (Rio Pico, Rio Nilsen e Rio Las Pampas) che contengono grosse trote.

 

A Rio Pico si rifugiarono Robert Parker (Butch Cassidy), Harry Longabaugh (Sundance Kid) e Etta Place per sfuggire agli agenti della Pinkerton che avevano ritrovato le loro tracce nei pressi di Bolson, dove, con i proventi delle rapine ai treni, avevano acquistato un’estancia.

                      

A Rio Pico alloggiò anche Bruce Chatwin. Ne parla nel suo famoso libro In Patagonia: “L’albergo di Rio Pico era di color turchese pallido e gestito da una famiglia ebrea che ignorava le più elementari nozioni del profitto”. Questo perché, quando la mattina successiva chiese il conto, si sentì rispondere che non doveva nulla per la stanza perché, se non ci dormiva lui, non ci avrebbe dormito nessuno, nulla per la cena perché la avevano preparata solo per loro, nulla per il vino e il maté, bevande sempre offerte agli ospiti. « E allora cosa posso pagare? Resta solo il pane e il caffè».  « Non posso farvi pagare il pane, ma vi farò pagare il caffèlatte, che è una bevanda da gringo. »

Le cose devono essere molto cambiate in paese da quando vi alloggiò Chatwin perché, quando facciamo provviste in quello che sembra essere l’unico emporio del paese, la padrona, non solo ce le fa pagare a caro prezzo, ma pretende anche un deposito cauzionale di trenta pesos (molto più del prezzo della bevanda) per ogni bottiglia di birra. Acquistiamo dieci bottiglie per cui dobbiamo lasciare trecento pesos di cauzione, di cui ci viene rilasciata ricevuta. Riconsegnando le bottiglie vuote ci saranno restituiti i soldi. Quando però lasciamo Rio Pico, non abbiamo bevuto tutta la birra, per cui riconsegniamo solo sette bottiglie vuote e ci sentiamo dire che, per la restituzione del deposito, dobbiamo riconsegnare tutte le bottiglie. Segue una lunga discussione, che si conclude felicemente solo con l’intervento del più ragionevole figlio della padrona.

Prendiamo alloggio ad una ventina di chilometri da Rio Pico, nel camping comunale proprio sulle rive del lago Tres, il più famoso dei cinque laghi della zona.

Il lago è molto bello, con una profondità media di tre metri e contiene trote fino a 5/6 chilogrammi di peso.

Il modo migliore per pescarlo è con la barca o il belly boat. Quando arriviamo però c’è un forte vento che non favorisce certo l’uso del natante.

 

Ci provo lo stesso, ma devo desistere.

Peschiamo perciò in wading vicino al campeggio. Non ci si può però addentrare molto nel lago perché l’acqua diventa subito alta. Perdo una bella trota e ne catturo un’altra con lo streamer.

Il giorno successivo il vento cala, ma la pesca con il belly boat si rivela difficoltosa per le distanze. E’ troppo faticoso rincorrere le bollate. E’ meglio pescare ai bordi delle canne palustri…

 

..o attendere che ci sia qualche bollata a portata di lancio.

Pratichiamo anche la pesca da riva: occorre attendere che le trote, che si muovono a zig zag, rimpinzandosi degli insetti intrappolati nella pellicola superficiale, finiscano per avvicinarsi a portata di lancio.

Bisogna essere pazienti, ma soprattutto fortunati, proprio come Roberto, al quale una bella trota, che aveva iniziato a bollare in mezzo al lago, è finita proprio in bocca.

Davide raccoglie informazioni: è possibile raggiungere con discreta facilità la confluenza del Rio Pico con il Rio Nilsen: basta scendere e risalire in auto numerose volte per aprire e chiudere una lunga serie di cancelli, una costante patagonica, che dividono le diverse proprietà. Incontriamo un proprietario e questo ci costa un pacchetto di sigarette.

 

Superati i cancelli, resta ancora una scarpinata di mezz’ora e poi, finalmente, giungiamo al fiume.

     

Il fiume è molto bello, ricco di vegetazione e di trote di buona taglia che rispondono bene alle ninfe e agli streamer. Meno produttivo invece si è rivelato il Rio Nilsen.

Un pomeriggio decidiamo di andare a pescare la boca dell’impetuoso Rio Corcovado, che nasce dal bellissimo lago Vintter (sic) ed è famoso per i suoi salmerini fino a tre chilogrammi.

Nel lago si vedono bollate, anche di qualche bel pesce, ma sono irraggiungibili.

Proviamo alla famosa boca, amata e frequentata da pescatori entusiasti e fedeli, come testimonia la targa posta a ricordo di uno di loro.

La boca è una roulette” dice Ernest Schwiebertdevi giocarci finché qualcosa succede”. E noi continuiamo, ma, forse perché non siamo stati abbastanza abili o fortunati, o forse perché non è il periodo giusto, non accade nulla di eccitante: solo trotelle e piccoli salmerini.

Purtroppo, è ora di intraprendere il viaggio di ritorno. Torniamo al Camping Baya Rosales, dove, tra l’indifferenza degli ospiti, si può iniziare a riordinare i bagagli.

Peschiamo ancora una sera nel Rio Arrayannes.

 

Il giorno dopo siamo di ritorno a Bariloche, dopo aver percorso, in totale, più di duemila chilometri, prevalentemente di strade sterrate.

C’è tempo per gli ultimi acquisti al mercato…

..e per una capatina da Baruzzi, lo splendido negozio di abbigliamento e attrezzature per la pesca a mosca che si trova nella stessa piazza.

 

 Vogliamo concludere la nostra avventura pescando nel tardo pomeriggio alla boca del Limay e cenando nel vicino ristorante, probabilmente lo stesso locale dove erano soliti ritrovarsi Butch Cassidy e i suoi compagni del Mucchio Selvaggio per bere e giocare a carte.

...

Proviamo per poco più di un’ora, rimediando solo qualche trotella, e poi un violento temporale ci costringe ad anticipare la cena, gentilmente offerta da Davide.

Il giorno successivo, salutato e ringraziato Davide per la splendida esperienza che ci ha fatto vivere, prendiamo il volo per Buenos Aires, dove ci attendono un caro amico di infanzia, funzionario dell’ambasciata italiana, .....

….e la figlia Anastasia,….

……che ci accompagnano in alcuni dei luoghi più famosi e caratteristici della città.

 

APPENDICE

Con il successo dell’introduzione dei salmonidi in Patagonia, racconti e foto di catture straordinarie iniziarono ad arrivare negli Stati Uniti e in Europa, richiamando l’attenzione dei pescatori su questa terra, specie degli scrittori di pesca sempre in cerca di nuove mete esotiche. Di questi, il primo a pescare, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, i fiumi patagonici fu Roderick L. Haig-Brown, che, in Fisherman’s Winter, scrisse di una pesca “meravigliosamente buona”, sebbene, a detta di molti, non fosse più buona come una volta.

Chi però ha fatto conoscere la pesca in Patagonia ai pescatori di tutto il mondo è stato il famoso giornalista sportivo e pescatore americano Joe Brooks, considerato il padre della pesca a mosca in mare.

In Salt Water Flies di Kenneth E. Bay, Lefty Kreh dice che:

Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, Joe cominciò a sperimentare seriamente e a scrivere sulla pesca a mosca in mare. Il suo lavoro pionieristico e le sue meravigliose storie su riviste o libri dedicati al soggetto furono contagiosi. Egli catturò con la mosca il primo esemplare di molte specie e molti dei più grossi. Numerosi record mondiali furono detenuti da lui […..]. E’ generalmente attribuito a lui il fatto di essere stato il primo pescatore a catturare deliberatamente un bonefish con la mosca, e le sue storie nelle riviste nazionali crearono un’intera nuova generazione di pescatori a mosca che andarono in cerca del suo “grigio fantasma delle flat”, come Joe così frequentemente chiamava questo magnifico pesce.

Per la pesca in mare Joe Brooks aveva ideato le Blondes, una serie di streamer con il corpo rivestito di mylar argento e due ali di bucktail. Quella posteriore, o coda, è legata alla curva dell’amo e si estende circa due volte la lunghezza dell’amo. L’ala anteriore è legata invece dietro l’occhiello ed è drizzata leggermente all’insù cosicché, quando è recuperata a strappi, tende a pulsare creando un’eccitante azione.

Negli anni cinquanta, Brooks incontra casualmente in un negozio di pesca di New York Jorge Donovan di Buenos Aires. I due iniziano a chiacchierare e Joe invita l’altro a casa sua in Florida per pescare i bonefish a mosca. Donovan accetta e assieme catturano alcuni grossi pesci. “Meraviglioso” dice Donovan. “Ma ora devi venire in Argentina e ti mostrerò grosse fario ed iridee che ti metteranno al tappeto. In alcuni laghi si catturano a traina trote di trenta libbre. Ma noi pescheremo solo nei fiumi, perché questo è ciò che entrambi amiamo, e prenderai la trota più grande che avrai mai catturato.

Così Brooks raggiunge a Buenos Aires Donovan e il suo amico Bebe Anchorena. Si tratta di“due dei più entusiasti pescatori a mosca argentini”, due autentici pionieri della pesca a mosca in Patagonia. Assieme vanno a Junin de los Andes, dove prendono alloggiano all’Hosteria Chimehuin e si precipitano a pescare.

Brooks sa che il pesce di taglia ama i grossi bocconi e perciò intuisce che, per catturare le grosse trote del fiume, ci vogliono esche voluminose: “La maggior parte dei pescatori argentini usano mosche da salmone e classiche sommerse. Loro catturano pesci con queste, anche, ma le grosse trote, i veri pesi massimi, sembrano preferire qualcosa come uno streamer o un bucktail lungo cinque pollici”.

Inizia perciò a usare le sue blondes e le distribuisce ai suoi amici, che all’inizio sono scettici, ma poi devono ricredersi.

Assieme trascorrono due indimenticabili settimane di pesca, da un capo all’altro del Chimeuin, catturando grosse trote.

Joe” afferma Lefty Krehnon tenne mai un segreto di pesca; egli condivise il suo talento di pesca, la sua amicizia, e il suo calore umano con migliaia di amici pescatori. Brooks trasmise così agli amici argentini le sue conoscenze e, assieme a queste, anche la cultura della pesca a mosca americana e ciò ebbe una grande influenza sulla pesca in Argentina.

In Fly Fishing the Best Rivers of Patagonia, Argentina, Jorge Trucco afferma: “A partire dalla metà degli anni cinquanta, gli argentini adottarono molti elementi che avevano a che fare con la cultura della pesca a mosca americana. Joe Brooks ebbe molto a che fare con questo fenomeno. Egli introdusse la doppia trazione nel lancio della mosca in Argentina: oggi tutti i pescatori argentini conoscono come lanciare in doppia trazione, ritenuta una parte essenziale del lancio della mosca.

Joe Brooks portò anche nuove lenze da  pesca (code di topo), nuove mosche, incluse le sue famose “blondes” che erano essenzialmente mosche da tarpon che però facevano miracoli con le grandi trote Marrones. Introdusse anche le prime canne in fibra di vetro e alcune bellissime canne di bambù dalle grandi prestazioni.

Il suo ricordo è ancora molto vivo negli Stati Uniti e in Argentina. Scrive infatti Jorge Barrientos Camauro in La Pesca con Mosca: “ Quando parlo di Joe Brooks mi riferisco al grande signore, al maestro, allo straordinario Lanciatore, all’ autorevole ed esperto professore che ebbero gli argentini. Che fortuna fu la loro, e che lungimiranti furono, un Jorge Donovan, un Bebe Anchorena, tra gli altri, per invitarlo a condividere giornate di pesca con loro nella loro Patagonia, e molti pescatori a mosca, per avere capito quello che significava per alcuni la venuta di questo mostro della pesca a mosca famoso nel mondo.

 E’ incredibile, negli Stati Uniti, il ricordo che hanno i grandi pescatori americani di Joe Brooks. Per molti è il migliore di tutti i tempi.

Brooks però non possedeva solo doti tecniche perché era anche un fantastico narratore, capace di inventare pittoresche descrizioni di combattimenti epici che, comprovati dalle foto delle catture, non potevano che creare un grande interesse e desiderio di emulazione:

Io portai indietro la canna e cominciai a muovermi verso monte. La trascinai  per 100 piedi, come un toro con l’anello al naso; e poi, come iniziavo a  riprendere fiato, la trota uscì per metà dall’acqua e scrollò la testa. I suoi denti sembravano lunghi come quelli di un coccodrillo. Quasi mi spaventò. Una fario non poteva essere così grossa.”

 

Brooks scrisse con tanto entusiasmo ed efficacia da fare conoscere la Patagonia ai pescatori di tutto il mondo, prima ancora che il celebre libro di Bruce Chatwin (In Patagonia; 1973), la ponesse all’attenzione generale.

Come molti altri pescatori di tutto il mondo, leggendo i suoi libri anch’io ho sognato di emulare le gesta di questo eroe e mito, che possedeva la capacità di far sembrare realizzabili anche i sogni più impossibili. Come dice Frank Wentink (Saltwater Fly Tying): “I suoi scritti infiammarono la mia immaginazione, e come risultato dei suoi racconti, io realizzai che potevo partecipare a tali meravigliose avventure.”

I suoi articoli e libri fecero conoscere la Boca del Chimeuin in tutto il mondo e contribuirono a far crescere e a diffondere un fenomeno noto come la Boca Fever, la malattia incurabile che colpisce il pescatore e lo costringe a ritornare anno dopo anno. La Boca del Chimeuin divenne un “posto sacro” della pesca a mosca in Argentina e all’estero. Le catture di grosse trote fario, come quella di 18 libbre di Joe Brooks con un popper, o quella di 24 libbre di Bebe Anchorena, considerata il record mondiale con la mosca, richiamò numerosi pescatori anche dall’estero.

Scoppiò così incontenibile la Febbre della Boca, che fece molte vittime, tra cui Ernest Schwiebert e Billy Pate, richiamate dalla concreta possibilità di catturare una grossa fario, forse il nuovo record mondiale.

Un’altra Boca divenuta famosa per la cattura di grosse trote, specialmente iridee (una cattura di 25 libbre), è quella del Rio Correntoso, l’emisssario, lungo solo poco più di 500 piedi, dell’omonimo lago.

Solo però negli anni settanta e ottanta, con l’attenuarsi della Febbre della Boca, l’attenzione dei pescatori si spostò su altri fiumi, come il Malleo, il Traful, il Collón Curá, il Lymay, che divennero famosi nel mondo. Ma, come dice William C. Leitch, :L’Argentina ha più fiumi, per non parlare dei laghi, che il più peripatetico pescatore di trote potrebbe esplorare in una lunga vita attiva.” Per cui, per ripescare nei posti noti e scoprirne sempre di nuovi, ci sono pescatori che tornano anno dopo anno, quali il famoso Mel Krieger, come è testimoniato dal libro e dall’omonimo video Mel Krieger’s Patagonia – 40 Years Fly Fishing in Argentina.

 

BIBLIOGRAFIA

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