Los Roques è per tanti pam la possibilità di unire la passione per la
pam alla possibilità di fare una vacanza con la propria compagna o la famiglia.
Il report vuole essere di aiuto per coloro che intendono affrontare questo viaggio
oltreoceano ancora relativamente economico e che non hanno mai praticato la pam
del bonefish. Il bonefish è il pesce che a Los Roques più mi ha coinvolto,
entusiasmato ed affascinato.
Molto si è scritto di questo arcipelago posizionato a tre
quarti d’ora di aereo da Caracas, cercherò di non ripetere cose già dette.
Le emozioni iniziano all’arrivo all’aeroporto di Caracas,
specialmente se si vuole prendere la coincidenza. I tempi sono veramente
stretti e, soprattutto nei periodi di maggiore traffico turistico, folle
oceaniche sono in fila per la compilazione di visti, per vidimare i passaporti,
senza parlare del ritiro dei bagagli con canne, mulinelli, materiali da
costruzione… Noi avevamo richiesto la presenza di Hector, una specie di angelo
custode con il compito di prelevarci dall’aeroporto e condurci all’altro
aeroporto per la coincidenza. Hector è un angelo custode che funziona molto
meglio con le opere di bene (dollari!) che con le preghiere, quindi regolatevi,
perché più il tempo è stretto, più le opere di bene sortiscono i loro effetti….
Regolatevi, gente! E finalmente eccolo
lì, il nostro aereo, BlueStar, (9 posti
ed uno di fianco al pilota con la cloche ai tuoi piedi!!!) E qui le emozioni
esplodono: sotto di noi il grande arcipelago fatto di isole, isolotti, flats,
piccole lagune e spiagge con un mare dai mille colori. La bellezza è tale da
far dimenticare il senso di precarietà del nostro aereo.
Anche l’impatto con la pista dell’aeroporto di Los è
emozionante: l’asfalto consumato dal salmastro rendono l’atterraggio tutto
particolare. Insomma, quando i piedi
toccano di nuovo il suolo, eravamo tutti euforici, una sorta di sopravvissuti!
Pochi metri e inizia la conoscenza con il paesino di Gran Roques, 800
abitanti, molti di questi ex pescatori che hanno trasformato le loro case in
posade. La posada in pratica è una locanda. Gran Roques non è cambiata, se non
nell’affluenza turistica.
Non ci sono auto, e se qualcuno fosse colto da astinenza
d’asfalto è necessario recarsi all’aeroporto dove, qualche traccia di asfalto
(ma non troppo!) la si può vedere. Per il resto terra battuta e tanta sabbia,
strade e piazze di sabbia. Mettetevi nei miei panni, che odio l’asfalto ma
anche la sabbia! Eppure, Los Roques mi ha conciliato con la sabbia, che dona colori
stupendi a tutte le spiagge dell’arcipelago, ognuna diversa dall’altra, una più
bella dell’altra.
Un Paradiso, dove il canto del vento la fa da padrone … anzi, no,
perché non c’è casa che non butti fuori musica a tutto volume e, nel periodo
natalizio, ininterrottamente, giorno e notte.
Natale e Capodanno.
la festa di Natale è iniziata la sera della vigilia: un
camioncino (l’unico del paese) carico di musicisti roquegni con i loro
strumenti, con tanta birra e rhum, ha girato per le strade di Gran Roques
suonando per tutta la notte. Solo un acquazzone alle 5.00 del mattino ha
temporaneamente interrotto la musica.
Nell’ultimo giorno dell’anno la festa si ripete, si balla tutti
insieme nella piazza centrale (di sabbia!): turisti, roquegni, molti italiani, ma
anche tanti venezuelani ed americani… e chi più ne ha più ne metta.
Quando verso l’una arriva il primo black out elettrico, ci
pensano i generatori a far ripartire strumenti musicali ed amplificatori ( ah,
questa tecnologia…).
La mia prima esperienza di pam al
bonefish
La mattina della vigilia di Natale alle 5.30 sono attivo,
il fuso (5 ore) è già smaltito e dopo aver sistemato le canne parto alle 6.00
per la spiaggia del paese. L’avventura comincia. Ho indicazioni precise: il
molo contro il diving. Un problema: nel frattempo a Los i diving sono diventati
almeno cinque ed ognuno ha il suo molo. Demoralizzato? Neanche per sogno:
inizia la mia esplorazione a tutta la spiaggia, dove sono ormeggiate le barche con le loro odiose
cime.
Arrivo oltre la caserma della Guardia Nazionale, mentre i
pellicani si tuffano in continuazione … a patto che non mi avvicini! Io, di
bone, non ne vedo e non capisco come
devo pescare.
Poi … una felice visione: sul molo in cemento appena dopo
la chiesetta del paese vedo un pam con la canna piegata. C’è anche un diving.
E’ lui, il mio diving! E infatti c’è un bone. Finalmente li vedo, i mitici
bonefish, e sono grossi e belli. E rifiutano.
A malincuore rinvio al giorno successivo perché Catia mi aspetta per colazione per
poi partire per la scoperta della prima isola.
Sarà Madrisqui, l’isola più vicina, perché c’è brutto tempo ed il mare
non permette di andare da altre parti. Il noviziato si paga: quel giorno non mi
sono reso conto delle potenzialità di Madrisqui. Il brutto tempo e il cielo
nuvoloso mi hanno impedito di vedere i bone sulla spiaggia. Qualcosa ho
comunque visto sulla punta estrema, verso l’isola di Francisqui e poi dopo la
lingua di sabbia di Cayo Pirata. Addirittura, due li vedo distintamente: sono
dietro una mangrovia riparati dal forte vento e sono in tailing. Il lancio è
preciso ed arriva l’abboccata. Mi rendo subito conto di quanto sia tutto
difficile perché il bone parte come un missile verso degli scoglietti e dopo
due secondi la fuga s’interrompe. Non ha rotto, ma l’amo si è andato ad
incagliare sul corallo. Pazienza.
Per quel giorno l’unica emozione la vivrò su diversi
raborruvia (foto in alto), che comunque come alternativa non disdegno (della
serie: chi si contenta …gode!).
Natale: prima del sorgere del sole sono già al “molo
vecchio” Incontro i musicisti e mi offrono da bere. Rifiuto, capirai, ho altro
per la testa, penso ai bone. Causa l’acquazzone hanno smesso di suonare, ma non
di bere.
Metto un gummy legato ad un 0,33, ho una nove per la #8. Lancio
sui pellicani, vicino al loro becco da dove cadono i pesciolini prontamente catturati
dai bone.
Un lancio preciso e se ci sono due o tre bone in
competizione alimentare l’abboccata
arriva, violenta. La frizione dell’Islander A.R. funziona alla perfezione, va a
dx poi a sx e così via, ma lo tengo lontano dalle cime. Nel fare questo
raccoglie sul finale una palla di alghe.
Per recuperare non mi resta che pompare. Tragedia!!!!!! La canna cede nello spigot appena
sopra l’impugnatura. Mah, è un modello nuovo e garantito, già testato
da altri ed acquistata proprio prima di Natale. Non mollo e recupero il mio
primo bonefish a mano, come si fa con il bolentino, perché il
povero pesce avendo anche le alghe addosso è sfinito.
E’ Natale, ho preso il
mio primo bone ed ho rotto la canna. Per il resto della vacanza terrò
Il pranzo di Natale è a Crasqui, in uno dei due
ristorantini dell’isola. Il tempo è ancora brutto, non ho molto tempo da
dedicare alla pesca, ma comunque un raboruvvia di un Kg abbondante sarà poi
cucinato. Nel dopo pranzo, la pioggia ed il vento forte, non permettono la
pesca, ed il riposo è quasi obbligato, nei comodi “cinciorri”

Le case a Crasqui sono molto spartane, ci vive una piccola
comunità. Quelli che vedete nella foto sono scheletri di barracuda
Gli abitanti di Crasqui hanno composto un bellissimo presepe attorno
alla veneratissima vergine di Los Roques.

Si ritorna
a Gran Roques giusto in tempo per vederla in un modo diverso: tanta acqua (e
niente pesci!). ecco la “strada” della
Posada Lagunita.
E arriva il giorno in cui si ricomincia da capo: come in una fiaba
compare Pedro con la sua Excalibur. No, non ho bevuto troppi “ciupiti”!
(chiamasi ciupito un sorso di rum. Tanti ciupiti, tanti sorsi, tanti sorsi
tanto rum!) Siamo al giorno di S.Stefano e il gioco si fa duro: il tempo è bello e con il bel tempo arriva Pedro,
la guida! Si parte verso le flats di Bototoqui con la sua “Excalibur”, un
motoscafo di
Oh! Mi sovviene un ricordo … In Med abbiamo incontrato ben
altri mari e mi viene in mente la nostra vecchia barca Capelli che ne ha viste
di tutti i colori e cavalcato tante onde in tanti mari ( sì, ma Catia non
rideva così! Forse il sole…)
La prima flat che Pedro mi fa esplorare è vicina alle “palafitos”, costruzione in legno in mezzo al
mare.
La flat è di alga corta, tipo posidonia e l’acqua non
arriva al ginocchio. Dei bonefish che Pedro riesce ad individuare con facilità
riesco a vedere solo le pinne ( o è la forza dell’immaginazione?). Insomma: tra
vento, ondine, riflessi e quant’altro è come se fossi cieco, nonostante dei
polaroid da urlo. Ci pensa Pedro ad illuminare i miei occhi. I bone mangiano
alla grande e li catturo con facilità … a dirla tutta è Pedro che me li fa
catturare. Ed è anche un grande maestro nella tecnica di pesca, nel consigliare
la mosca, tipo di lancio, recupero e combattimento. Indispensabile!!!

Il primo bonefish in flat, sembro incavolato, ma lo sono davvero perché
Catia per una piccola foto ha fatto quasi asfissiare quel povero pesce.
Sono Catia e mi
avvalgo del diritto alla difesa: sono andata per fare una vacanza, non un
reportage di pesca. Immaginatevi una persona distesa al sole, beata, con
l’i-pod nelle orecchie e voglia di relax svegliata continuamente da gridolini
e/o gridolacci che scopre di essere stata presa su solo per documentare le
eroiche gesta del pescatore errante …. Che
rottura!

Dopo aver catturato una decina di bone il meritato riposo
all’ombra della “palafitos”, dove, incredibilmente, scopriamo questo graffito.
Dorado!!!
Ma sarà il destino?
…e lei dorme.
Una breve sosta, e si riparte. La marea sta cambiando, Pedro
decide di portarsi a Francisqui. Pescando in blind casting prendo un altro bone
(piccolo momento di notorietà: alle spalle ho
turisti italiani).
Da qui si va alla fine della pista d’asfalto. E’ proprio come si vede
dalla foto. Nelle zone chiare le ombre dei bone le vedevo, ma in quelle più
scure…
Con la giusta marea si lancia sui bone in tailing oppure
mentre cacciano il pesce foraggio. Comunque a vista. È la palestra giusta per
mettere in pratica le lezioni della guida.
È qui che concludiamo la giornata con la cattura dell’ultimo
bone, la marea è alta e Pedro mi fa montare il gummy: ad essere sinceri ne
sbaglio anche diversi. I lanci - vuoi per il vento ma anche per la stanchezza
- sono fiacchi e sbagliati. E poi,
quando la pancia è anche solo mezza piena, ci si sente appagati e si è portati
a diminuire la concentrazione. Ci pensa Pedro a farmi ricordare che lui è li
per me e che quindi devo incannare sempre con la stessa intensità, dal primo
all’ultimo minuto. Grande Pedro, ma conosciamo già questa lezione: forse non sa
che uno dei nostri maestri è Giuseppe.
Siamo alla fine della giornata. Sia io che Catia (che
intanto ha fatto un sacco di bagnetti in tanti posti e senza la presenza di
turisti) siamo entusiasti. A tal punto che decidiamo di uscire a giorni alterni
con Pedro per esplorare le flats ed altri luoghi che riteniamo incantevoli e
particolari per la pam al bonefish.
La mia prima giornata si è conclusa con 13 bonefish
incannati e 12 presi in mano da slamare.
Pedro determinante, ma durante le fughe e nel recupero sono
stato fortunato, non ho commesso errori e tutto è filato liscio. Nei giorni
successivi non sarà sempre così.
Dove, come,quando
Los Roques offre tante possibilità di soggiorno per tutte le tasche.
Abbiamo optato per
Se andate all’aeroporto, attenti che gli aerei in atterraggio
vi fanno barba e capelli! Il secondo round è con la guida o con le isole: il
consiglio è di cambiare isola ogni giorno perchè sono tutte bellissime e ricche
di pesce. Sia che si esca con la guida che con le lance il ritorno è alle 17,00
e per questo un terzo round ci sta tranquillamente: basta volerlo. Negli ultimi
giorni a Los ho lasciato perdere il terzo round, costretto al morsetto dai
fastidiosissimi gummy.

Isola di Noronkys, siamo soli.
Catia è sotto il gazebo ed io, vicinissimo lancio:
raborruvia, cerniotte, barracuda…mi diverto.
Una coppia di finlandesi si avvicina.
Lui mi parla in inglese. E io parlotto solo francese: che
fatica comunicare! Ma una cosa capisco subito:
lui vede che incanno e le mie catture gli hanno fatto venire voglia di
lanciare. La sua compagna, - sfrontata! - mi fa una
proposta indecente: chiede di prestare
la mia canna al suo lui, pescatore finlandese in momento di astinenza,
che vorrebbe provare le mie emozioni. Ma figurati!!!
Le rispondo in puro dialetto parmigiano, anzi “sgunden” di
S.Secondo, acque da cheppie:
“VAA CAGHER” e me ne vado verso Catia, all’ombra, tenendo
la mia
I finlandesi si allontanano, posso ricominciare a pescare
in santa pace, siamo veramente soli…, con i paguri che scorazzano sulla
spiaggia e le bellissime lucertole nere.
E’ qui che mi è
accaduta una cosa straordinaria: ho fatto il bagno con le tartarughe marine….
Un’emozione indescrivibile.
Catia.

Il bello è scoprire le isole una ad una. Di ore di barca ne ho fatte
tante, ma ne è sempre valsa la pena. Sono quasi indispensabili giacche
impermeabili per ripararsi dagli schizzi acqua che la barca solleva. L’acqua
non è certo fredda, ma nei momenti in cui c’è mare (tipo maestrale pomeridiano
sulle nostre coste) prendere secchiate d’acqua in faccia non è il massimo.

Sopra la spiaggia di Carenero, sotto la lancia della Posada
Lagunita sulla spiaggia di Crasqui con alle spalle i risorantini
Isla Agustin:
è una sorpresa nella sorpresa. Pelli di squali ad
essiccare, ristorantini di pesce senza pesce (cucinano solo quello che riesci a
pescare), sabbia finissima (pensa che gioia), jack pescati pescando l’acqua, la
civetta pirata di Stivaletto, incontro ravvicinato con l’airone cenerino
dall’occhio malvagio (è concorrenza) e dulcis in fundo:
siamo rimasti quasi fino al buio ad aspettare la lancia che
ci riportasse a Gran Roques, causa problemi tecnici. Ed i famigerati “puri
puri” ( mosquitos) che iniziano la loro attività.
Considerate che a Los Roques le barche non escono di notte:
sono senza bussole e GPS, si naviga a vista, impossibile di notte con le flats,
isolotti e insidie di vario tipo. Comunque non saremmo morti di fame, per cena
il pesce era garantito: un Jack di 1,5/2 kg era pronto per finire sulla brace,
un altro mi ha tagliato sul corallo.



Abbiamo viaggiato con Tap Portugal, con scalo a Lisbona:
all’andata abbiamo diviso tutto su due grandi sacche, tutto vuol dire proprio
tutto. Canne, mulinelli, pinze, indumenti ecc. I tempi per la coincidenza con
il piccolo aereo (foto sotto) sono stati strettissimi, forse una piccola mancia
ad Hector che ci attendeva all’aeroporto di Caracas ci ha permesso di prenderlo
al volo. È stato al ritorno che una sacca con mulinelli e canne (non avevo
diviso) si è persa. Consegnata dopo due giorni.

Secondo Pedro i mesi migliori a Los per la pesca al bone
vanno da Febbraio a Luglio. Il clima non ha variazioni significative. Nel
periodo natalizio ho trovato molto vento. Ho usato la
Con che cosa sono partito
Quattro canne e quattro mulinelli: 2 canne
La pesca
Per me Los Roques è pesca al bone. Le alternative di pesca dalla riva sono
la pesca nel blu ed i tarpon. Ma è il
bone che mi ha coinvolto, per certi versi è simile alla pesca in fiume solo che
sei in un mare dai colori
stupendi con l’acqua che ti arriva nemmeno al ginocchio. Tutto a vista,
con i tuoi organi sensoriali coinvolti al massimo. Poi, per me, far mangiare un
bone non è facile. Rifiuta e devi cambiare mosca. Cambiano i livelli e devi
cambiare mosca. Cambia il fondo e devi cambiare mosca. Non facile, quindi
stimolante. Fondamentale la guida, che deve essere un maestro per aiutarti a
vedere quei fantasmi di bone. Quando sei senza guida muovi i primi passi da
solo e se vuoi i bone vai all’alba al molo vecchio: un gummy e puoi cominciare
a tirare vicino al becco dei pellicani che dopo il tuffo ingurgitano i
pesciolini. Basta un minimo di competizione e si ha il primo bone in canna. Ma
attenzione, sono grossi, molto grossi e smaliziati, e vi faranno conoscere le
prime cime.
Si può pescare anche in blind casting (rende molto
dall’aeroporto), ma a me non piace e non
ho pescato.
Pescando nelle isole, per primo cercavo eventuali bone, poi
mi adattavo pescando nel blu, dove c’era più profondo e con scoglio e corallo.
Nel blu le sorprese sono tante: barracuda, grosse aguglie, carite, anche
cerniotte, raboruvvia.
Pescando al tarpon, sia in laguna che nella spiaggia di
Gran Roques, ho incannato diversi bone. Vi dico, una bella alternativa quando
le flats hanno livelli alti ed i barracuda infastidiscono i bone.
Il massimo si raggiunge pescando a vista, a me non importa
dove e come, l’importante e vederli e tirarci. Mi diverto a farli abboccare e a
controllare la prima fuga, poi vorrei poterli rilasciare il più presto
possibile, ma purtroppo a volte non succede perché la resistenza è molto forte:
proprio come con i nostri tomba e rossi.
A Madrisqui, anche dalla barca, si pesca a vista. I bone sono in caccia
sul pesce foraggio, si lancia sulle loro ombre, annunciate dagli spostamenti di
nugoli di pesciolini.
Un po’ di numeri
Con la guida ho fatto 4 uscite. Ho incannato circa 65 bone,
ne ho persi 10/15. Tranne le 2/3 ore che in totale ho dedicato al tarpon
prendendo invece una quindicina di bone, gli altri li ho presi tutti a vista.
Due jack ed uno slamato di 2,5/3 Kg
Da solo è un’altra musica, ma comunque due jack presi, 25/30
bone allamati, ma solo la metà slamati in mano: ho pescato anche sui pellicani, ma sempre a vista.
Anche i Jack partono molto forte, forse più del bone, ma
quelli avvistati e presi non erano di grandi dimensioni.


I bone delle palafitte sono smaliziati, ma alla fine qualcuno cade
nell’inganno.
Una sequenza con recupero, slamatura e ossigenazione.
Non mi aspettavo che il bone lasciasse sulle mani del muco.
Alle mie spalle si può notare il W.C. delle palafitte


Pedro,
Dopo gli ultimi consigli di Roberto e Tino, non avevo più dubbi. La mia
guida per la pesca al bone a Los Roques sarebbe stato Pedro. Visto il periodo
faccio partire una mail alla Posada Lagunita per prenotare le uscite con lui. “No
es un problema” mi dicono: Pedro abita proprio di fianco alla Posada. Al mio
arrivo chiedo di lui e i tre della Lagunita, Enrico, Alex e Ciccio mi dicono
che è il più bravo dell’isola, ma che anch’io devo essere all’altezza
altrimenti Pedro, se non incanno, ......impreca. Ci penso un po’ e rispondo :
“i miei amici mi chiamano S.Giovanni l’incannè per quale motivo dovrei
sbagliare i bone?” Però i dubbi mi restano e tanto tranquillo non lo sono. E
così da insegnante mi trasformo in scolaretto… La sera della vigilia sono
andato a letto con la curiosità di conoscerlo: c’è chi aspetta Babbo Natale e
chi, come me, Pedro. E quando a Natale Pedro arriva in Posada --- beh, un po’ bambino mi
sento! Ci presentiamo. Vuol vedere l’attrezzatura e mi da il uso ok, anche le
mosche sono ok. Bofonchia qualcosa quando apprende che sono senza gamberetti e
imitazioni di granchietti, ma finisce con un “muy bien. Perfecto”. Mi allunga solo un po’ il finale. Lui stesso
mi consiglia di fare due uscite, poi mi lascia libero di decidere per eventuali
altre dopo aver tirato le somme.
Domani alle 9.00 la prima uscita, appuntamento in spiaggia.
Già da quella prima sera, con Pedro si è instaurata una simbiosi in
questa caccia al bonefish. Mi dice: “la pesca al bone è come andare a beccacce,
solo che il bone può tornare nel suo elemento naturale, la beccaccia una volta
colpita…” Niente di più vero.
Pedro non è una semplice guida, ma un grande maestro. E’ un
grande maestro se sa farti notare gli errori. Se perseveri nello sbaglio è
giusto che ti dia qualche bacchettata. Pedro sa farti crescere, poco alla volta.
Ti insegna piccoli trucchi che ti faranno poi camminare con le tue gambe.
All’inizio è dura: vento micidiale, sole abbagliante, riflessi in acqua, luce e
colori, le ombre, i fantasmi di questi benedetti bone. Lo stato d’animo è
particolare, ti senti immerso in un paradiso, ma quasi impotente in quella che
è la tua ricerca. E ti affidi a lui, a Pedro, la luce dei tuoi occhi. Tutto il
mio corpo è proteso alla ricerca di un segnale ed è un tutt’uno con Pedro e con
l’ambiente che ti circonda in questa spasmodica caccia.
Poi Pedro (occhi di falco) individua la preda e io faccio
fatica a vedere quei segnali impercettibili (un riflesso, una porzione di coda,
“l’acqua nervosa” come dice lui). Nonostante abbia gli occhi incollati in quel
punto non vedo. Ma Pedro con voce sicura: “
Poi mi aspetto la fuga che non c’è. Pedro: “Atento che va, è bone e va”
Un istante dopo parte come un razzo sfilandomi coda e backing. Pedro ti
insegna: “Alsa la cana, coralo”.
Dopo i primi due bonefish presi in questo modo, si entra in
una crisi profonda. È terribile. Non credi più nei tuoi occhi. Pensi che
qualcosa sia cambiato in te. Ma Pedro sa leggere anche nei tuoi occhi e nella
tua testa e ti accompagnerà lentamente ma con sicurezza verso questa pesca
affascinante facendoti scoprire i piccoli segreti piano piano: “soave” come dice
lui. Ma ogni tanto, un : “ahh, no Giovanni!!!, lansio corto, po teni cana basa,
no bene” e ti ricorderà che il cammino è
lungo e che ci sarà sempre da imparare qualcosa.
Pedro è una guida semplice, sincera, è un simbolo a Gran
Roques dove è nato e cresciuto e fin da piccolo si è fatto gli occhi. Proprio
come Josè il bambino che la vigilia di Natale ho conosciuto sul molo vecchio. Aveva in mano un rocchetto di
filo con attaccato un gummy. Era abilissimo nel lanciare. Ad un certo punto si
agita e grida: è passato un tarpon gigante. Lo rivede e lancia la sua insidia.
Il tarpon si gira ed inghiotte il gummy, Josè urla, mi volto e vedo un pesce
color argento saltare fuori dall’acqua di almeno un metro per poi sparire nel
blu con l’esca di Josè. Josè mi guarda sorridente ed alza le spalle: forse è
abituato a questi incontri. Io tremo ancora. Forse un giorno, a fianco di Pedro,
vedremo un ragazzo di nome Josè.

Enrico, Alex e
Ciccio: i tre della Posada Lagunita

Sinceramente non so se la vacanza sarebbe stata la stessa in un’altra
Posada: questione di empatia, di feeling. Questione di sentirsi tra amici che
vegliano su di te senza invadenza. Che si preoccupano della tua vacanza che
vogliono sia meravigliosa. Enrico, Alex e Ciccio: li conosci da cinque minuti e
ti sembra di conoscerli da sempre. Su di loro puoi contare. Di loro ti puoi
fidare. Dico poco?
Di fianco l’ingresso della Posada, con Ciccio che vigila.
Nel dopo cena un “non vedo, non sento, non parlo” con Enrico
e Alex.
Foto e testi di
Catia Spaggiari e Giovanni Crivello (Stivaletto)