Natale a Los Roques.
Vacanze di pesca. E non solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Los Roques è per tanti pam la possibilità di unire la passione per la pam alla possibilità di fare una vacanza con la propria compagna o la famiglia. Il report vuole essere di aiuto per coloro che intendono affrontare questo viaggio oltreoceano ancora relativamente economico e che non hanno mai praticato la pam del bonefish. Il bonefish è il pesce che a Los Roques più mi ha coinvolto, entusiasmato ed affascinato.

Molto si è scritto di questo arcipelago posizionato a tre quarti d’ora di aereo da Caracas, cercherò di non ripetere cose già dette.

 

Le emozioni iniziano all’arrivo all’aeroporto di Caracas, specialmente se si vuole prendere la coincidenza. I tempi sono veramente stretti e, soprattutto nei periodi di maggiore traffico turistico, folle oceaniche sono in fila per la compilazione di visti, per vidimare i passaporti, senza parlare del ritiro dei bagagli con canne, mulinelli, materiali da costruzione… Noi avevamo richiesto la presenza di Hector, una specie di angelo custode con il compito di prelevarci dall’aeroporto e condurci all’altro aeroporto per la coincidenza. Hector è un angelo custode che funziona molto meglio con le opere di bene (dollari!) che con le preghiere, quindi regolatevi, perché più il tempo è stretto, più le opere di bene sortiscono i loro effetti…. Regolatevi, gente!  E finalmente eccolo lì, il nostro aereo, BlueStar,  (9 posti ed uno di fianco al pilota con la cloche ai tuoi piedi!!!) E qui le emozioni esplodono: sotto di noi il grande arcipelago fatto di isole, isolotti, flats, piccole lagune e spiagge con un mare dai mille colori. La bellezza è tale da far dimenticare il senso di precarietà del nostro aereo.

Anche l’impatto con la pista dell’aeroporto di Los è emozionante: l’asfalto consumato dal salmastro rendono l’atterraggio tutto particolare.       Insomma, quando i piedi toccano di nuovo il suolo, eravamo tutti euforici, una sorta di sopravvissuti!

Pochi metri e inizia la conoscenza con il paesino di Gran Roques, 800 abitanti, molti di questi ex pescatori che hanno trasformato le loro case in posade. La posada in pratica è una locanda. Gran Roques non è cambiata, se non nell’affluenza turistica.

Non ci sono auto, e se qualcuno fosse colto da astinenza d’asfalto è necessario recarsi all’aeroporto dove, qualche traccia di asfalto (ma non troppo!) la si può vedere. Per il resto terra battuta e tanta sabbia, strade e piazze di sabbia. Mettetevi nei miei panni, che odio l’asfalto ma anche la sabbia! Eppure, Los Roques mi ha conciliato con la sabbia, che dona colori stupendi a tutte le spiagge dell’arcipelago, ognuna diversa dall’altra, una più bella dell’altra.

Un Paradiso, dove il canto del vento la fa da padrone … anzi, no, perché non c’è casa che non butti fuori musica a tutto volume e, nel periodo natalizio, ininterrottamente, giorno e notte.

Natale e Capodanno.

la festa di Natale è iniziata la sera della vigilia: un camioncino (l’unico del paese) carico di musicisti roquegni con i loro strumenti, con tanta birra e rhum, ha girato per le strade di Gran Roques suonando per tutta la notte. Solo un acquazzone alle 5.00 del mattino ha temporaneamente interrotto la musica.

Nell’ultimo giorno dell’anno la festa si ripete, si balla tutti insieme nella piazza centrale (di sabbia!): turisti, roquegni, molti italiani, ma anche tanti venezuelani ed americani… e chi più ne ha più ne metta.

Quando verso l’una arriva il primo black out elettrico, ci pensano i generatori a far ripartire strumenti musicali ed amplificatori ( ah, questa tecnologia…).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia prima esperienza di pam al bonefish

La mattina della vigilia di Natale alle 5.30 sono attivo, il fuso (5 ore) è già smaltito e dopo aver sistemato le canne parto alle 6.00 per la spiaggia del paese. L’avventura comincia. Ho indicazioni precise: il molo contro il diving. Un problema: nel frattempo a Los i diving sono diventati almeno cinque ed ognuno ha il suo molo. Demoralizzato? Neanche per sogno: inizia la mia esplorazione a tutta la spiaggia, dove  sono ormeggiate le barche con le loro odiose cime.

Arrivo oltre la caserma della Guardia Nazionale, mentre i pellicani si tuffano in continuazione … a patto che non mi avvicini! Io, di bone, non ne vedo e  non capisco come devo pescare.

Poi … una felice visione: sul molo in cemento appena dopo la chiesetta del paese vedo un pam con la canna piegata. C’è anche un diving. E’ lui, il mio diving! E infatti c’è un bone. Finalmente li vedo, i mitici bonefish, e sono  grossi e belli. E rifiutano. A malincuore rinvio al giorno successivo perché Catia mi aspetta per colazione per poi partire per la scoperta della prima isola.

 

Sarà Madrisqui, l’isola più vicina, perché c’è brutto tempo ed il mare non permette di andare da altre parti. Il noviziato si paga: quel giorno non mi sono reso conto delle potenzialità di Madrisqui. Il brutto tempo e il cielo nuvoloso mi hanno impedito di vedere i bone sulla spiaggia. Qualcosa ho comunque visto sulla punta estrema, verso l’isola di Francisqui e poi dopo la lingua di sabbia di Cayo Pirata. Addirittura, due li vedo distintamente: sono dietro una mangrovia riparati dal forte vento e sono in tailing. Il lancio è preciso ed arriva l’abboccata. Mi rendo subito conto di quanto sia tutto difficile perché il bone parte come un missile verso degli scoglietti e dopo due secondi la fuga s’interrompe. Non ha rotto, ma l’amo si è andato ad incagliare sul corallo. Pazienza.

Per quel giorno l’unica emozione la vivrò su diversi raborruvia (foto in alto), che comunque come alternativa non disdegno (della serie: chi si contenta …gode!).

Natale: prima del sorgere del sole sono già al “molo vecchio” Incontro i musicisti e mi offrono da bere. Rifiuto, capirai, ho altro per la testa, penso ai bone. Causa l’acquazzone hanno smesso di suonare, ma non di bere.

Metto un gummy legato ad un 0,33, ho una nove per la #8. Lancio sui pellicani, vicino al loro becco da dove cadono i pesciolini prontamente catturati dai bone.

Un lancio preciso e se ci sono due o tre bone in competizione alimentare  l’abboccata arriva, violenta. La frizione dell’Islander A.R. funziona alla perfezione, va a dx poi a sx e così via, ma lo tengo lontano dalle cime. Nel fare questo raccoglie sul finale una palla di alghe.

Per recuperare non mi resta che pompare. Tragedia!!!!!!  La canna cede nello spigot appena sopra l’impugnatura. Mah, è un modello nuovo e garantito, già testato da altri ed acquistata proprio prima di Natale. Non mollo e recupero il mio primo bonefish a mano, come si fa con il bolentino, perché il povero pesce avendo anche le alghe addosso è sfinito.

E’ Natale, ho preso il  mio primo bone ed ho rotto la canna. Per il resto della vacanza terrò la Shimano Biocraft 9’ per #8 come una reliquia.

Il pranzo di Natale è a Crasqui, in uno dei due ristorantini dell’isola. Il tempo è ancora brutto, non ho molto tempo da dedicare alla pesca, ma comunque un raboruvvia di un Kg abbondante sarà poi cucinato. Nel dopo pranzo, la pioggia ed il vento forte, non permettono la pesca, ed il riposo è quasi obbligato, nei comodi “cinciorri”

 

 

 

 

 

 

 

Le case a Crasqui sono molto spartane, ci vive una piccola comunità. Quelli che vedete nella foto sono scheletri di barracuda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli abitanti di Crasqui hanno composto un bellissimo presepe attorno alla veneratissima vergine di Los Roques.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si ritorna a Gran Roques giusto in tempo per vederla in un modo diverso: tanta acqua (e niente pesci!). ecco  la “strada” della Posada Lagunita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E arriva il giorno in cui si ricomincia da capo: come in una fiaba compare Pedro con la sua Excalibur. No, non ho bevuto troppi “ciupiti”! (chiamasi ciupito un sorso di rum. Tanti ciupiti, tanti sorsi, tanti sorsi tanto rum!) Siamo al giorno di S.Stefano e il gioco si fa duro:  il tempo è bello e con il bel tempo arriva Pedro, la guida! Si parte verso le flats di Bototoqui con la sua “Excalibur”, un motoscafo di 5 metri, adatto per la pam sulle flats e per entrare nelle piccole lagune. Si vola sulle onde, ma  Pedro dimostra sicurezza. Un po’ preoccupato guardo Catia (l’immancabile) che se la ride in modo esagerato. Contenta lei …

Oh! Mi sovviene un ricordo … In Med abbiamo incontrato ben altri mari e mi viene in mente la nostra vecchia barca Capelli che ne ha viste di tutti i colori e cavalcato tante onde in tanti mari ( sì, ma Catia non rideva così! Forse il sole…)

La prima flat che Pedro mi fa esplorare è vicina alle  “palafitos”, costruzione in legno in mezzo al mare.

La flat è di alga corta, tipo posidonia e l’acqua non arriva al ginocchio. Dei bonefish che Pedro riesce ad individuare con facilità riesco a vedere solo le pinne ( o è la forza dell’immaginazione?). Insomma: tra vento, ondine, riflessi e quant’altro è come se fossi cieco, nonostante dei polaroid da urlo. Ci pensa Pedro ad illuminare i miei occhi. I bone mangiano alla grande e li catturo con facilità … a dirla tutta è Pedro che me li fa catturare. Ed è anche un grande maestro nella tecnica di pesca, nel consigliare la mosca, tipo di lancio, recupero e combattimento. Indispensabile!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo bonefish in flat, sembro incavolato, ma lo sono davvero perché Catia per una piccola foto ha fatto quasi asfissiare quel povero pesce.

 

Sono Catia e mi avvalgo del diritto alla difesa: sono andata per fare una vacanza, non un reportage di pesca. Immaginatevi una persona distesa al sole, beata, con l’i-pod nelle orecchie e voglia di relax svegliata continuamente da gridolini e/o gridolacci che scopre di essere stata presa su solo per documentare le eroiche gesta del pescatore errante ….   Che rottura!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo aver catturato una decina di bone il meritato riposo all’ombra della “palafitos”, dove, incredibilmente, scopriamo questo graffito.

Dorado!!!

Ma sarà il destino?

 

…e  lei dorme.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una breve sosta, e si riparte. La marea sta cambiando, Pedro decide di portarsi a Francisqui. Pescando in blind casting prendo un altro bone (piccolo momento di notorietà: alle spalle ho  turisti italiani).

Da qui si va alla fine della pista d’asfalto. E’ proprio come si vede dalla foto. Nelle zone chiare le ombre dei bone le vedevo, ma in quelle più scure…

Con la giusta marea si lancia sui bone in tailing oppure mentre cacciano il pesce foraggio. Comunque a vista. È la palestra giusta per mettere in pratica le lezioni della guida.

È qui che concludiamo la giornata con la cattura dell’ultimo bone, la marea è alta e Pedro mi fa montare il gummy: ad essere sinceri ne sbaglio anche diversi. I lanci - vuoi per il vento ma anche per la stanchezza -  sono fiacchi e sbagliati. E poi, quando la pancia è anche solo mezza piena, ci si sente appagati e si è portati a diminuire la concentrazione. Ci pensa Pedro a farmi ricordare che lui è li per me e che quindi devo incannare sempre con la stessa intensità, dal primo all’ultimo minuto. Grande Pedro, ma conosciamo già questa lezione: forse non sa che uno dei nostri maestri è Giuseppe.

Siamo alla fine della giornata. Sia io che Catia (che intanto ha fatto un sacco di bagnetti in tanti posti e senza la presenza di turisti) siamo entusiasti. A tal punto che decidiamo di uscire a giorni alterni con Pedro per esplorare le flats ed altri luoghi che riteniamo incantevoli e particolari per la pam al bonefish.

La mia prima giornata si è conclusa con 13 bonefish incannati e 12 presi in mano da slamare.

Pedro determinante, ma durante le fughe e nel recupero sono stato fortunato, non ho commesso errori e tutto è filato liscio. Nei giorni successivi non sarà sempre così. 

 

Dove, come,quando

Los Roques offre tante possibilità di soggiorno per tutte le tasche. Abbiamo optato per la Posada Lagunita ( www.posadalagunita.com ) per l’ottimo rapporto qualità/prezzo, tenendo conto che ho prenotato quasi un anno prima per poter soggiornare a Natale che anche a Los è altissima stagione. Altre Posade mi hanno sparato preventivi con il 50% di aumento rispetto alla stagione normale. Nel costo giornaliero è compreso tutto, anche le bevande alcoliche. Ma ad ogni ciupito, ricordatevi che il primo round precede l’alba: al molo vecchio dalla chiesetta, oppure all’aeroporto o prima della fine della pista dove ci sono due case. Un altro posto peschifero è alla fine della pista (vedi foto sopra).

Se andate all’aeroporto, attenti che gli aerei in atterraggio vi fanno barba e capelli! Il secondo round è con la guida o con le isole: il consiglio è di cambiare isola ogni giorno perchè sono tutte bellissime e ricche di pesce. Sia che si esca con la guida che con le lance il ritorno è alle 17,00 e per questo un terzo round ci sta tranquillamente: basta volerlo. Negli ultimi giorni a Los ho lasciato perdere il terzo round, costretto al morsetto dai fastidiosissimi gummy.

 

 

 

Isola di Noronkys, siamo soli.

Catia è sotto il gazebo ed io, vicinissimo lancio: raborruvia, cerniotte, barracuda…mi diverto.

Una coppia di finlandesi si avvicina.

Lui mi parla in inglese. E io parlotto solo francese: che fatica comunicare! Ma una cosa capisco subito:  lui vede che incanno e le mie catture gli hanno fatto venire voglia di lanciare. La sua compagna, - sfrontata! -  mi fa una proposta indecente: chiede di prestare  la mia canna al suo lui, pescatore finlandese in momento di astinenza, che vorrebbe provare le mie emozioni. Ma figurati!!!

Le rispondo in puro dialetto parmigiano, anzi “sgunden” di S.Secondo, acque da cheppie:

“VAA CAGHER” e me ne vado verso Catia, all’ombra, tenendo la mia 9’ per #8, l’unica rimasta come una vera reliquia.

I finlandesi si allontanano, posso ricominciare a pescare in santa pace, siamo veramente soli…, con i paguri che scorazzano sulla spiaggia e le bellissime lucertole nere.

 

E’ qui che mi è accaduta una cosa straordinaria: ho fatto il bagno con le tartarughe marine…. Un’emozione indescrivibile.

Catia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bello è scoprire le isole una ad una. Di ore di barca ne ho fatte tante, ma ne è sempre valsa la pena. Sono quasi indispensabili giacche impermeabili per ripararsi dagli schizzi acqua che la barca solleva. L’acqua non è certo fredda, ma nei momenti in cui c’è mare (tipo maestrale pomeridiano sulle nostre coste) prendere secchiate d’acqua in faccia non è il massimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sopra la spiaggia di Carenero, sotto la lancia della Posada Lagunita sulla spiaggia di Crasqui con alle spalle i risorantini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Isla Agustin:

è una sorpresa nella sorpresa. Pelli di squali ad essiccare, ristorantini di pesce senza pesce (cucinano solo quello che riesci a pescare), sabbia finissima (pensa che gioia), jack pescati pescando l’acqua, la civetta pirata di Stivaletto, incontro ravvicinato con l’airone cenerino dall’occhio malvagio (è concorrenza) e dulcis in fundo:

siamo rimasti quasi fino al buio ad aspettare la lancia che ci riportasse a Gran Roques, causa problemi tecnici. Ed i famigerati “puri puri” ( mosquitos) che iniziano la loro attività.

Considerate che a Los Roques le barche non escono di notte: sono senza bussole e GPS, si naviga a vista, impossibile di notte con le flats, isolotti e insidie di vario tipo. Comunque non saremmo morti di fame, per cena il pesce era garantito: un Jack di 1,5/2 kg era pronto per finire sulla brace, un altro mi ha tagliato sul corallo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo viaggiato con Tap Portugal, con scalo a Lisbona: all’andata abbiamo diviso tutto su due grandi sacche, tutto vuol dire proprio tutto. Canne, mulinelli, pinze, indumenti ecc. I tempi per la coincidenza con il piccolo aereo (foto sotto) sono stati strettissimi, forse una piccola mancia ad Hector che ci attendeva all’aeroporto di Caracas ci ha permesso di prenderlo al volo. È stato al ritorno che una sacca con mulinelli e canne (non avevo diviso) si è persa. Consegnata dopo due giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo Pedro i mesi migliori a Los per la pesca al bone vanno da Febbraio a Luglio. Il clima non ha variazioni significative. Nel periodo natalizio ho trovato molto vento. Ho usato la 9’ per la#8, ma nelle giornate ventose mi sono trovato bene con la #10. nelle vacanze di Natale ci sono tanti italiani, ma anche venezuelani e turisti di altri paesi. In pratica Los è imballata come da noi a ferragosto. Passato Capodanno si ritorna ad una vita più normale.

 

Con che cosa sono partito

Quattro canne e quattro mulinelli: 2 canne 9’ per coda #8, una 9’ per #10, una 9’ per #12/13. Avevo intermedia ed affondanti, ma ho usato solo le galleggianti #8 e #10, avevo anche due code di riserva negli stessi #. Non mi sono voluto separare dal materiale per costruire le mosche da bone e da mare. I controlli in uscita sono molto severi, non mettete nel bagaglio a mano oggetti che possono essere corpi contundenti: il morsetto l’ho dovuto lasciare alla security di Caracas, anche i mulinelli rischiano e perfino le code (possono essere usate per strangolare!!!). in valigia, l’indispensabile. Servono gli scarponcini per camminare nelle flats, avevo anche le scarpette da sub, ma se si trova del corallo sono troppo leggere e poi fanno surriscaldare il piede perché non passa l’acqua. Mettetevi un paio di calze dalla maglia fine per non fare passare la fastidiosissima sabbia. Ho visto turisti che a causa dei raggi solari erano in condizioni pietose e per questo ero sempre in camicia con maniche lunghe e pantaloni lunghi. Catia aveva con sé tante creme ad altissima protezione (la 50 è indispensabile); la prossima volta userò le creme non solo in viso così forse potrò pescare con panta corti, polo oppure a dorso nudo. Incredibile ma vero: Pedro si spalmava crema protezione 50 in viso …. Meditate gente, meditate!

 

 

 

 

La pesca

Per me Los Roques è pesca al bone. Le alternative di pesca dalla riva sono la pesca nel  blu ed i tarpon. Ma è il bone che mi ha coinvolto, per certi versi è simile alla pesca in fiume solo che sei in un mare dai colori stupendi con l’acqua che ti arriva nemmeno al ginocchio. Tutto a vista, con i tuoi organi sensoriali coinvolti al massimo. Poi, per me, far mangiare un bone non è facile. Rifiuta e devi cambiare mosca. Cambiano i livelli e devi cambiare mosca. Cambia il fondo e devi cambiare mosca. Non facile, quindi stimolante. Fondamentale la guida, che deve essere un maestro per aiutarti a vedere quei fantasmi di bone. Quando sei senza guida muovi i primi passi da solo e se vuoi i bone vai all’alba al molo vecchio: un gummy e puoi cominciare a tirare vicino al becco dei pellicani che dopo il tuffo ingurgitano i pesciolini. Basta un minimo di competizione e si ha il primo bone in canna. Ma attenzione, sono grossi, molto grossi e smaliziati, e vi faranno conoscere le prime cime.

Si può pescare anche in blind casting (rende molto dall’aeroporto), ma a me non piace e non  ho pescato.

Pescando nelle isole, per primo cercavo eventuali bone, poi mi adattavo pescando nel blu, dove c’era più profondo e con scoglio e corallo. Nel blu le sorprese sono tante: barracuda, grosse aguglie, carite, anche cerniotte, raboruvvia.

Pescando al tarpon, sia in laguna che nella spiaggia di Gran Roques, ho incannato diversi bone. Vi dico, una bella alternativa quando le flats hanno livelli alti ed i barracuda infastidiscono i bone.

Il massimo si raggiunge pescando a vista, a me non importa dove e come, l’importante e vederli e tirarci. Mi diverto a farli abboccare e a controllare la prima fuga, poi vorrei poterli rilasciare il più presto possibile, ma purtroppo a volte non succede perché la resistenza è molto forte: proprio come con i nostri tomba e rossi.

 

 

 

 

 

 

 

 

A Madrisqui, anche dalla barca, si pesca a vista. I bone sono in caccia sul pesce foraggio, si lancia sulle loro ombre, annunciate dagli spostamenti di nugoli di pesciolini.

Un po’ di numeri

Con la guida ho fatto 4 uscite. Ho incannato circa 65 bone, ne ho persi 10/15. Tranne le 2/3 ore che in totale ho dedicato al tarpon prendendo invece una quindicina di bone, gli altri li ho presi tutti a vista. Due jack ed uno slamato di 2,5/3 Kg

Da solo è un’altra musica, ma comunque due jack presi, 25/30 bone allamati, ma solo la metà slamati in mano: ho pescato  anche sui pellicani, ma sempre a vista.

 

 

 

Anche i Jack partono molto forte, forse più del bone, ma quelli avvistati e presi non erano di grandi dimensioni.

 

 

I bone delle palafitte sono smaliziati, ma alla fine qualcuno cade nell’inganno.

Una sequenza con recupero, slamatura e ossigenazione.

Non mi aspettavo che il bone lasciasse sulle mani del muco.

Alle mie spalle si può notare il W.C. delle palafitte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pedro, la Guida. Con la G maiuscola.

Dopo gli ultimi consigli di Roberto e Tino, non avevo più dubbi. La mia guida per la pesca al bone a Los Roques sarebbe stato Pedro. Visto il periodo faccio partire una mail alla Posada Lagunita per prenotare le uscite con lui. “No es un problema” mi dicono: Pedro abita proprio di fianco alla Posada. Al mio arrivo chiedo di lui e i tre della Lagunita, Enrico, Alex e Ciccio mi dicono che è il più bravo dell’isola, ma che anch’io devo essere all’altezza altrimenti Pedro, se non incanno, ......impreca. Ci penso un po’ e rispondo : “i miei amici mi chiamano S.Giovanni l’incannè per quale motivo dovrei sbagliare i bone?”  Però i dubbi  mi restano e tanto tranquillo non lo sono. E così da insegnante mi trasformo in scolaretto… La sera della vigilia sono andato a letto con la curiosità di conoscerlo: c’è chi aspetta Babbo Natale e chi, come me, Pedro. E quando a Natale Pedro  arriva in Posada --- beh, un po’ bambino mi sento! Ci presentiamo. Vuol vedere l’attrezzatura e mi da il uso ok, anche le mosche sono ok. Bofonchia qualcosa quando apprende che sono senza gamberetti e imitazioni di granchietti, ma finisce con un “muy bien. Perfecto”.  Mi allunga solo un po’ il finale. Lui stesso mi consiglia di fare due uscite, poi mi lascia libero di decidere per eventuali altre dopo aver tirato le somme.

 

Domani alle 9.00 la prima uscita, appuntamento in spiaggia.

Già da quella prima sera, con Pedro si è instaurata una simbiosi in questa caccia al bonefish. Mi dice: “la pesca al bone è come andare a beccacce, solo che il bone può tornare nel suo elemento naturale, la beccaccia una volta colpita…” Niente di più vero.

Pedro non è una semplice guida, ma un grande maestro. E’ un grande maestro se sa farti notare gli errori. Se perseveri nello sbaglio è giusto che ti dia qualche bacchettata. Pedro sa farti crescere, poco alla volta. Ti insegna piccoli trucchi che ti faranno poi camminare con le tue gambe. All’inizio è dura: vento micidiale, sole abbagliante, riflessi in acqua, luce e colori, le ombre, i fantasmi di questi benedetti bone. Lo stato d’animo è particolare, ti senti immerso in un paradiso, ma quasi impotente in quella che è la tua ricerca. E ti affidi a lui, a Pedro, la luce dei tuoi occhi. Tutto il mio corpo è proteso alla ricerca di un segnale ed è un tutt’uno con Pedro e con l’ambiente che ti circonda in questa spasmodica caccia.

Poi Pedro (occhi di falco) individua la preda e io faccio fatica a vedere quei segnali impercettibili (un riflesso, una porzione di coda, “l’acqua nervosa” come dice lui). Nonostante abbia gli occhi incollati in quel punto non vedo. Ma Pedro con voce sicura: “  15 metri, viene verso di noi, lansia, lansia!!! Un solo falso lancio e proietto il minipuf. Ancora Pedro: “perfecto, bon lansio, teni cana basa!!!strip, strip. Soave, no forte!!!strip, strip, stop, Strike!!!

Poi mi aspetto la fuga che non c’è. Pedro: “Atento che va, è bone e va” Un istante dopo parte come un razzo sfilandomi coda e backing. Pedro ti insegna: “Alsa la cana, coralo”.

Dopo i primi due bonefish presi in questo modo, si entra in una crisi profonda. È terribile. Non credi più nei tuoi occhi. Pensi che qualcosa sia cambiato in te. Ma Pedro sa leggere anche nei tuoi occhi e nella tua testa e ti accompagnerà lentamente ma con sicurezza verso questa pesca affascinante facendoti scoprire i piccoli segreti piano piano: “soave” come dice lui. Ma ogni tanto, un : “ahh, no Giovanni!!!, lansio corto, po teni cana basa, no bene”  e ti ricorderà che il cammino è lungo e che ci sarà sempre da imparare qualcosa.

Pedro è una guida semplice, sincera, è un simbolo a Gran Roques dove è nato e cresciuto e fin da piccolo si è fatto gli occhi. Proprio come Josè il bambino che la vigilia di Natale ho conosciuto sul  molo vecchio. Aveva in mano un rocchetto di filo con attaccato un gummy. Era abilissimo nel lanciare. Ad un certo punto si agita e grida: è passato un tarpon gigante. Lo rivede e lancia la sua insidia. Il tarpon si gira ed inghiotte il gummy, Josè urla, mi volto e vedo un pesce color argento saltare fuori dall’acqua di almeno un metro per poi sparire nel blu con l’esca di Josè. Josè mi guarda sorridente ed alza le spalle: forse è abituato a questi incontri. Io tremo ancora. Forse un giorno, a fianco di Pedro, vedremo un ragazzo di nome Josè.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Enrico, Alex e Ciccio: i tre della Posada Lagunita

 

Sinceramente non so se la vacanza sarebbe stata la stessa in un’altra Posada: questione di empatia, di feeling. Questione di sentirsi tra amici che vegliano su di te senza invadenza. Che si preoccupano della tua vacanza che vogliono sia meravigliosa. Enrico, Alex e Ciccio: li conosci da cinque minuti e ti sembra di conoscerli da sempre. Su di loro puoi contare. Di loro ti puoi fidare. Dico poco?

Di fianco l’ingresso della Posada, con Ciccio che vigila.

 

Nel dopo cena un “non vedo, non sento, non parlo” con Enrico e Alex.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto e testi di

Catia Spaggiari e Giovanni Crivello (Stivaletto)