CONSIDERAZIONI SULLA NATURA DELLA PESCA A MOSCA IN MARE DALLA BARCA
( di : Costantino Cibrario )
Lo spunto per queste considerazioni è venuto da una discussione con Roberto, nella quale ci si domandava quali iniziative si potessero prendere per fare conoscere la pesca a mosca in mare e le sue esigenze.
A volte sembra di scontrarsi con un muro: la guardia costiera, la finanza, la polizia e i carabinieri applicano, ognuno a suo modo, regolamenti, a volte anche obsoleti o bizzarri, che non sembrano tenere in conto alcuno non solo le nostre esigenze, ma neppure il buon senso.
La ragione di ciò è però probabilmente dovuta al fatto che la gestione del mare è un problema complesso perché si tratta di conciliare la sicurezza della navigazione e della balneazione con le esigenze della pesca professionale e di quella sportiva di superficie o subacquea. Così in mare è permesso solo ciò che non è vietato, ma poiché tutto, o quasi, è vietato non si ha mai la certezza e la tranquillità di essere perfettamente in regola.
A volte però il problema è di pura e semplice comunicazione. Le autorità preposte ignorano, o per pigrizia fanno finta di ignorare, le problematiche dei pescatori sportivi. Quando però questi fanno presente quali sono le loro esigenze ragionevoli, può succedere che queste trovino soddisfazione. Lo dimostra l’esempio delle isole artificiali prospicienti Pegli che, su richiesta delle associazioni dei pescatori, sono state aperte, seppure solo parzialmente, alla pesca sportiva.
Tutto questo per dire che la normativa vigente ignora completamente la realtà, seppur relativamente recente e limitata ma in continua crescita, della pesca a mosca in mare, le sue esigenze e le sue potenzialità per la conservazione della fauna ittica.
Occorre dunque farsi conoscere. Già, ma per farsi conoscere occorre prima di tutto conoscersi.
Sul frontone del tempio di Delfi dedicato ad Apollo era scritto Gnothi seauton, conosci te stesso, probabilmente la cosa più difficile e importante.
Dobbiamo dunque domandarci: chi siamo? Che cosa è il pescatore a mosca in mare? E dove andiamo? Che cosa succederà in futuro?
Per cercare di rispondere a tali domande è necessario partire dalla nostra origine. Da dove veniamo? Chiaramente siamo pescatori a mosca, lo dimostra il fatto che ci dedichiamo anche a pesche classiche come quella della trota e del temolo.
Però siamo anche diversi dal comune pescatore a mosca, come diverse sono le motivazioni che ci hanno portato alla pesca in mare (la situazione in cui versano i fiumi, lo spirito di avventura, la ricerca di prede nuove, grosse e selvatiche).
Certo che tra la pesca del temolo e quella del tombarello c’è una bella differenza, ma questa dipende dalla natura dei pesci che si vogliono insidiare e dalle esche con le quali è possibile tentarli. In altre parole, la pesca di un certo pesce richiede un determinato tipo di mosca artificiale, presentato in un certo modo, e questo condiziona tutta la tecnica di pesca.
Il cuore del sistema è dunque la mosca perché tutto il resto dell’attrezzatura è in funzione di essa e della sua presentazione. Quindi, la differenza tra la pesca del temolo e quella del tombarello è dovuta essenzialmente al tipo di mosca usata.
Nel suo famoso brano del quindicesimo libro sulla Natura degli animali, Claudio Eliano descrive la pesca a mosca in Macedonia. Egli dice che, per catturare i pesci che si nutrono degli insetti che si posano sulla corrente del fiume, i pescatori hanno escogitato questo inganno: avvolgono l’amo con un po’ di lana rossa, vi legano due penne di gallo, quelle che spuntano presso i bargigli e di colore simile alla cera. [1]
Molti hanno riconosciuto nella mosca descritta da Eliano l’antenata della Brown Hackle, evolutasi poi nella Red Spinner e nella Red Quill.
Di diverso parere è invece Joseph D. Bates, probabilmente il più grande esperto di pesca a streamer, secondo il quale le due piume non erano avvolte a collarino o a palmer, ma erano semplicemente “assicurate” come ali, cosa che renderebbe la mosca uno streamer. [2]
Dunque, già la prima mosca di cui si ha una descrizione potrebbe essere stata uno streamer.
In Streamers et mouches à saumons H. Pèthe riferisce che gli Indiani canadesi usavano un bucktail, ottenuto avvolgendo sull’amo una striscia di pelle di daino o di caribù. [3]
George Leonard Herter, nella XXV edizione di Professional Fly Tying and Spinning Lure Making Manual, parlando dell’origine del Black Ghost Streamer, riporta che, nel Michigan, già nel 1835, il Dr Beamont catturava trote usando streamer fatti di piume. Questi streamer erano utilizzati già da più di un secolo dai trapper che, a loro volta, avevano imparato ad usarli dai Pellerossa. [4]
Sempre G.L.Herter fa risalire l’origine di due streamer da lui disegnati, l’Herter Hang Hover e l’Herter Side Winder, agli indiani Sioux. Egli dice che questi Indiani, fin da tempi molto lontani, trainando due o tre di questi streamer, riuscivano a catturare in un’ora fino a 400 libbre di lucci. [5]
Questo dimostra che l’origine degli streamer è molto antica, almeno quanto quella delle mosche che imitano gli insetti, se non addirittura più antica, e che, per animarli, venivano trainati con la barca.
Il pescatore a mosca in mare usa mosche simili a quelle dei Pellerossa, mosche che non sono mosche, perlomeno nel senso classico di questo termine, ma streamer, esche che devono la loro attrattiva fondamentalmente al fatto di essere animate attraverso il movimento.
D'altronde, l’etimologia della parola streamer è chiaramente connessa con il movimento. Streamer deriva infatti da to stream che significa scorrere; stream è il corso d’acqua, il ruscello, il torrente e streamer è la banderuola, la bandiera al vento in continuo movimento.
Dunque, potremmo definirci pescatori a mosca che, per insidiare i pesci di mare, usano delle mosche artificiali chiamate streamer perché basano la loro attrattiva sul movimento.
Una volta però mentre stavamo pescando, uno dei due occupanti una barca vicino alla nostra, incuriosito dalla nostra tecnica di pesca, domandò al compagno: “ Ma che razza di pesca è ?” E l’altro di rimando: “Pesca a mosca. E’ una specie di traina.”
Dunque, noi pensavamo di pescare a mosca, ma gli altri ci percepivano come pescatori a traina, per quanto sui generis.
Questo episodio è stato illuminante perché
mi ha fatto capire che la pesca a mosca in mare e la traina non erano poi
così diverse come sembravano, ma che possedevano parecchi punti in comune.
E’ possibile usare gli stessi artificiali per entrambe le tecniche di pesca.
Le nostre mosche sono le piume del pescatore a traina. L’origine di tali artificiali
è molto antica perché già i Romani, conquistata la
Britannia, pescavano i salmoni del Tamigi e del Tyne, utilizzando
streamer fatte con piume di gabbiano chiamati appunto “plumae”. [6]
Entrambe le tecniche di pesca basano la loro efficacia sul movimento impartito all’artificiale: con la mano nella pesca a mosca, dalla barca nella traina.
Sono possibili però tecniche ibride. Nella traina a mano il pescatore impartisce alla lenza continui strappetti per meglio animare l’esca.
Nella pesca a mosca spesso si combinano i due recuperi. A volte volontariamente, come quando, arrivando su una mangianza, si lascia in bando la lenza dietro la barca e spesso ci si ritrova il pesce agganciato prima ancora di aver iniziato il recupero o alle primissime strippate; altre volte involontariamente, e anche inconsapevolmente, come quando si lancia mentre la barca non ha ancora esaurito la sua inerzia, o come quando si ha l’impressione di essere fermi, ma la barca si muove per lo scarroccio e per il moto ondoso.
In mare la barca non è mai ferma e il suo movimento, se concorde, va a sommarsi a quello impartito all’esca dal pescatore, se discorde va a sottrarsi ad esso. Quindi, ciò che differenzia la pesca a mosca in mare dalla comune pesca a streamer è la barca che, in un modo o nell’altro, influisce sempre, seppure in varia misura, sul movimento della mosca.
Una volta Roberto ha addirittura catturato una lampuga mentre, spento da tempo il motore e lasciata in bando la lenza, stava beatamente mangiando spaparanzato sul sedile. Una riprova della validità di quanto suggerito da Ovidio: “Dovunque il caso concede una possibilità; lascia sempre penzolare l’amo, dove meno immagini, ci sarà il pesce.” [7]
Se si mettono a confronto le due tecniche, risulta evidente che la traina consente di esplorare una porzione di mare decisamente maggiore, aumentando così le probabilità di effettuare qualche cattura. Perciò, il pescatore a mosca spesso ricorre alla trainetta per la ricerca del pesce; a volte questa è l’unica tecnica che consente qualche cattura, specie quando i pesci sono scarsi o le condizioni del mare avverse.
Anche quando si cerca di allargare gli orizzonti della pesca a mosca in mare, se non si vuole ricorrere all’impiego di esche naturali, inevitabilmente si deve andare nella direzione della traina. Si veda, ad esempio, l’utilizzo della tecnica del teasing per la pesca a mosca dei rostrati.
Dunque, ogni qualvolta, in presenza di condizioni non favorevoli (mancanza di segnali della presenza di pesce, mare mosso) o nei confronti di certi pesci, la pesca a mosca mostra chiaramente i suoi limiti tecnici, la traina rappresenta la sua evoluzione naturale e necessaria per il superamento di tali limiti fisiologici che la relegherebbero solo a certe condizioni e a certi pesci.
L’ambiente e i suoi abitanti condizionano dunque la pesca a mosca in mare che può quindi essere definita un ibrido, con una infinita possibilità di gradi di ibridazione, tra la pesca a streamer e la traina. Fermo restando il fatto che, in genere, la soddisfazione ricavata dal pescatore a mosca è inversamente proporzionale al grado di ibridazione.
Dal canto suo, la pesca a mosca, pur con tutti i suoi limiti, presenta, nei confronti della traina, una serie di vantaggi psichici e tecnici evidenti.
E’ meno monotona e più emotivamente coinvolgente. Si pensi al lancio, al recupero, alla ferrata.
E’ più versatile. Consente infatti maggiore precisione, maggiore rapidità di azione e di variazione della velocità e profondità di recupero, minor disturbo del luogo di pesca.
Questo, a parer mio, probabilmente farà sì che un certo numero di pescatori a traina, rendendosi conto dei vantaggi della pesca a mosca, si convertiranno, almeno in certe situazioni, a tale tecnica.
Se, da parte loro, i pescatori a mosca in mare, il cui numero è destinato a restare fisiologicamente basso per l’impegno economico e le difficoltà tecniche e logistiche che la pesca in mare comporta, prenderanno coscienza delle affinità della loro tecnica con la traina, non potrà che esserci una naturale convergenza tra le due categorie di pescatori. Così questo potrà portare alla formazione di un gruppo numericamente consistente in grado di far valere le proprie esigenze presso le autorità competenti.
[1] Claudio Eliano, La natura degli animali, XV, 1.
[2] Joseph D. Bates Jr., Streamers & Bucktails – The Big Fish Flies, New Jork. Alfred A. Knopf, 1987, p. 20.
[3] H. Pèthe, Streamers et mouches à saumons, Paris, H. Pèthe Editeur, 1978, p. 15.
[4] George Leonard Herter, Professional Fly Tying and Spinning Lure Making Manual, Waseca, Herter’s Incorporation, 1969 p. 132.
[5] George Leonard Herter, Professional Fly Tying and Spinning Lure Making Manual, Waseca, Herter’s Incorporation, 1969, pp. 139 - 140.
[6] Conrad Voss Bark, A History of Flyfishing, Ludlow, Merlin Unwin Books, 1992, p. xiii.
[7] Pubblio Ovidio Nasone, Ars amatoria, III, 425 – 426.